LINGUE, DIALETTI E PREGIUDIZI

 

  Università di StoccolmaDipartimento di francese e italiano  

 

 Lingue, dialetti e pregiudizi

 Maurizio Cosimo Ortuso

Dicembre 2000

 INTRODUZIONE

 

Il 21 settembre 2000 presso l’Università di Stoccolma si è tenuta una conferenza di cui il titolo

era “L’uso linguistico come uso sociale”, presentata da una docente dell’Università di Padova, la professoressa Gianna Marcato. Durante la conferenza, pur rimanendo il più attento possibile, ho potuto formulare alcune domande, ma le speranze di poterle rivolgere alla professoressa sono state ben poche. Ho pensato bene di elencarvele, e cercherò lungo la tesina di dare una risposta alle seguenti:

·             Quali sono le forze maggiori intellettuali o delle professioni viventi, oggi, che lottano per tutelare i dialetti italiani come una cultura vivente?

·             I dialetti attraenti sono tali perché? – può essere che sono solo stati bene presentati dalla forma – oppure perché il prestigio l’è stato offerto loro dalla storia?

·             La vostra forza come operatore culturale, dove vuole arrivare? A costruire una lingua standard? Non vi pare che questo sia il sicario del dialetto e della cultura italiana.?

·             Non si dovrebbe lavorare e istruirsi per curare quella patologia dei pregiudizi italiani?

·             Qual è il giudizio per un incolto, la critica, la beffa – oppure il rispetto per la sua libertà?

·             Mi chiedevo perché si dice che il Milanese è bello, e il Siciliano no?

·             Vorrei avere oggi, una pronuncia Bolognese o Ligure per sentirmi neutrale, ma loro non avrebbero gli stessi interessi o ragioni. Di questo mio commento cosa ne pensa?

·             Lingue d’oggi, dialetti di domani, l’Inglese sta diventando la lingua del mondo – può verificarsi, che fra qualche secolo anche l’italiano diventerà solo un ricordo?

Ecco queste sono le domande che mi preparai, le stesse che mi hanno dato l’incentivo maggiore per questa tesina, ma nella mia tesina non avrò la possibilità di dare una risposta per ogni domanda, cercherò invece di interpretare un riscontro complessivo per tutte le domande.

IL DIALETTO

 Di solito quando vado in villeggiatura nell’Italia del Sud nel tentare d’avere relazioni aperte con uno del luogo, mi rendo conto della differenza linguistica, che spesso è la stessa che ci separa, ma che bello! – entrare in un altro mondo rimanendo nello stesso prato, ditemi voi! Dov’è c’è questo bagaglio di fascino? In quanti paesi si può trovare quest’eccezionale differenza?

Un domani, quando l’Italiano si sarà standardizzato del tutto, andare in vacanza a Taormina oppure a San Remo non ci sarà più nessuna differenza (a parte la temperatura).

Tuttavia se consideriamo i valori dei diversi dialetti, potrebbero essere molto lunghi i dibattiti. Oggi ancora in vita, domani moribondi e in futuro seppelliti. Nella nostra storia della lingua italiana il Veneto e il Toscano rimangono di qualità superiore, al resto d’Italia, questo è quanto si dice e molto probabilmente è vero, anche a me piacciono, ma preferirli ad altri non è un obbligo! C’è chi vuole continuare ad amare il proprio, indipendentemente da dove arriva.

 I dialetti sono tutti belli.!

Sono belli, tutti ! perché dietro di loro c’è una storia, che nessun libro è riuscito veramente a raccontare – nel modo giusto, sia gli scrittori stranieri sia quelli locali non fanno che avvicinarsi all’idea dei dialetti, ma mai più di tanto.

 Il Siciliano, il Napoletano, il Ligure, l’Abruzzese non si sono guadagnati il diritto storico di essere fra i notevoli – perché? Sono brutti?

Probabilmente sono scomodi nella storia, oppure manca loro, la posizione geografica o letterale che sia, o meglio, nessuna di queste regioni citate non si sono mai interessate a farne un caso intraprendente.

D’altronde anch’io se qualcuno mi rivolge la parola usando un dialetto Piemontese, ne rimango più attratto – se è un Pugliese, invece, mi guardo attorno quasi per paura che qualcuno mi stia a sentire. Forse anch’io sono troppo influenzato, dai seminatori di pregiudizi. La colpa può essere di quei pregiudizi fatti da gente che non vuole capire i valori di un dialetto.

Il Milanese non è più bello del Siciliano. Il Napoletano non è più bello del Piemontese. Il pregiudizio degli italiani si desta sempre con molta disinvoltura e abilità quando si tratta di giudicare, questa loro intolleranza; sicuramente reciproca – mi sembra alquanto incomprensibile.

Gli italiani sono così, per due semplici ragioni: non sopportano di guardarsi allo specchio, cioè il nordista non vuole essere simile al meridionale, perché non sopportano quello che vedono allo specchio.

 IL VALORE DEI DIALETTI

 Al tempo in cui ero ragazzo non capivo il valore dei dialetti, addirittura mi guardavo bene dall’usarli, perché tra i giovani di allora, parlare il dialetto sapeva di provinciale. Oggi, 25 anni dopo, mi rendo conto di quello che sono i valori, e la loro storia, ed è proprio di questo che vi voglio parlare.

L’Italia ha bisogno di una lingua standard, in cui tutti gli italiani possano avere l’accesso linguistico. E fin qui sono d’accordo anch’io, ma se seguiamo la cultura manzoniana il prezzo di questa lingua standard è di distruggere i dialetti, se non addirittura discriminarli.

Tuttavia, sia Graziadio Ascoli1, e altri intellettuali (saggi) hanno sempre sostenuto che un dialetto, lingua, oppure volgare copia di una lingua, ha una storia pienamente culturale; pertanto è triste sopprimere anche i dialetti come si è fatto con il latino. Pensate, se si va a leggere tra le righe della storia della lingua italiana, noi italiani avremmo oggi la possibilità d’essere trilingui (dialetto, latino, italiano).

Tradizioni viventi con i loro dialetti

È interesse senza dubbio di tutti gli italiani imparare ad usare la lingua italiana il meglio possibile. Ma accanto alla lingua italiana, come ormai sappiamo bene, esistono i dialetti e altri idiomi particolari anch’essi antichi di secoli.

Vi sono oggi almeno due milioni d’italiani che sanno usare quasi soltanto il loro dialetto nativo: evidentemente per queste persone il dialetto è importantissimo, perché è in sostanza l’unica lingua vera che conoscono! Ma vi è anche una gran parte di popolazione che conosce e usa sia l’italiano, sia il dialetto. Per queste persone il dialetto rimane a loro utile: lo usano per comunicare meglio. Parlare il dialetto dà a loro un senso d’intimità e di fraternità. Se i nostri canti popolari, sono ancora cantati in buona parte in dialetto, ciò significa che per esprimere certe emozioni, noi, ci serviamo ancora molto volentieri del dialetto.

È di gran qualità saper ricavare dal dialetto tutto quello che esso ci può dare.

Chi, più d’ogni altro si fece interprete di quest’esigenza e si diede a svilupparla in modo costruttivo e coerente fu Pier Paolo Pasolini. I suoi romanzi “Ragazzi di vita e Una vita violenta”, non conducono naturalmente ad un rinnovamento linguistico, perché per ragioni artistiche, devono rimanere confinati nell’ambiente dialettale suburbano.

Isaia Graziadio Ascoli, gran difensore dei dialetti, conosceva benissimo anche il latino (compreso quello non letterario) e i dialetti moderni. Pertanto i dialetti italiani erano altrettanti sviluppi della lingua latina – in un brano dell’Ascoli, lui, contesta la convinzione dei manzoniani, che sia necessario distruggere i dialetti e sostituirli con una lingua nazionale.

Secondo l’Ascoli, infatti, il bilinguismo (dialetto –lingua) è una ricchezza dell’intelletto, ed in Italia d’intellettuali n’abbiamo scoperti sempre in abbondanza (cfr. Melani 2000: p. 111).

 Ricordo che, quando ero studente, in Francia era consuetudine per i meno ricchi e meno colti seguire corsi all’Alliance Franςaise anziché all’Università. Dall’Italia a quei tempi si andava all’estero a studiare solo dopo la laurea ed io non l’avevo. Da quello che capisco oggi, mi rendo conto che l’esperienza multipla è comunque sempre alla base d’ogni formazione seria.

Ingenuamente devo ammettere che ho trasgredito nell’usare i termini comuni, gli stessi che si trovano in un normale libro della storia della lingua italiana, ma non per questo posso astenermi nel non entrare di proposito in quel campo: il latinismo.

Il Latino come già sappiamo, l’hanno sotterrato dietro le lingue più usate del mondo, guardiamo l’Inglese, il Francese e lo Spagnolo. Non dimentichiamoci che il fascino dell’Italia, specialmente se non visto e osservato dagli standardizzatori della lingua italiana, resta quello che più attrae il mondo intero.  Ciò, vale a dire, ogni minimo chilometro di distanza fra un paese d’Italia e l’altro cambia il dialetto (quel poco che è rimasto) e niente meno la cultura mutevole, sennonché il carisma del paese stesso. I politici, gli standardizzatori, con i loro pregiudizi non si accorgono della strage culturale che stanno compiendo. In altre parole, l’esperienza del Latino scomparso o meglio rimasto ricordo solo su qualche libro o in una qualunque sperduta chiesa, sembrerebbe che questo non ci ha aiutato a capire il prezzo dei nostri errori. Il latino lo hanno estinto e sotterrato, da parte di tutti quei linguisti che la storia ci ha fatto conoscere.

Latino Parlato

Catalano

Portoghese

Francese

Franco provenzale

Provenzale Italiano

Sardo Ladino

Dalmatica

 Rumeno

spagnolo

 Se si fosse conservato bene il patrimonio della lingua latina, l’Inglese d’oggi non si sarebbe mai sviluppato e neanche il Francese e lo Spagnolo.

Il latino in chiesa

Sempre quando ero bambino (tanto tempo fa), i miei genitori per assicurarmi un futuro più roseo mi hanno mandato in un Istituto scolastico per missionari (Pro Puerizia – Savigliano/Cuneo) per tutti i miei studi obbligatori.

Con le loro deboli forze hanno dato e investito molto per costruire su di me un umile cultura. Anche se la stessa mi rende prigioniero della sua verità, riesco a sopravvivere senza usufruire di una lingua sporca esattamente come i miei genitori hanno sempre voluto. Allora si andava a Messa tutte le mattine prima di andare a scuola, e il latino era la lingua che si usava in chiesa. Lo conferma che quelli come me, che pur vengono dalla stessa educazione e generazione, sanno pregare – e spesso, solo in latino e non in italiano.

Ave Maria Gratia plena dominus tecus, Cristus benedicta

te muglieri Benedicta fructus ventris Tu Jesus Santa maria materdei

Ora pro nobis ben te cora morte nostra Amen.

Già in qualche mia espressione ho citato senza malizia un atteggiamento di protesta, ma è errato da parte mia fare uso di questo sentimento, senza averne le basi e senza avere nessuna possibilità di fermare un fenomeno ormai scontato.

Durante i miei studi all’Università, lo dico con certezza, certi argomenti mi tornano continuamente nei pensieri, anche quando possono sembrare che le polemiche da me già fatte siano del tutto soddisfacenti. Fra gli argomenti da me trattati l’aspetto che più m’interessa è offrire il mio umile sostegno, perché altro non possiedo, per difendere la sopravvivenza della lingua italiana, (d’altronde l’italiano, ancora esiste e non è sparito come il latino).

I pensanti e gli scrittori e parecchi anche fra i minori, (come potremmo essere noi studenti) oltre a realizzare il loro ideale linguistico, con lo scrivere esprimono un’opinione sulla lingua e polemizzano intorno ad essa. Poiché una relazione della storia sarebbe troppo lunga e noiosa, mi riduco ad interpretare molto superficialmente quel che si può vedere dal punto di vista di uno studente. Per rassicurare alla mia tesina un’attendibilità ancora maggiore, ho sfogliato avanti e indietro il libro di Migliarini (1964). Dopo questo lavoro, mi piacerebbe dunque rendere evidente la cosa che più mi ha affascinato. Insomma, l’autore a evidenziato una semplicità alla sua lingua italiana, e il suo modo di presentare la storia della lingua italiana, ci tengo a dirlo, è riuscito insomma a raccontare la storia senza quasi fare uso di commenti personali e senza arricchire il libro di soli grandi nomi.

È riuscito dunque con la sua abilità ad essere conciso, preciso, e nientemeno giusto, ha presentato oltre ai grandi nomi che ormai tutti conosciamo, altri artefici sconosciuti della metamorfosi della lingua italiana. In conclusione cercherò di rilevare alcune sue parole che mi sono sembrate fra le più interessanti per questa tesina: Migliorini ci vuole insegnare che alla nascita della lingua italiana, c’è stata una coniatura del latino e dei nostri così martoriati dialetti. Giustamente come dice Migliorini, la lingua italiana sarà ciò che sapranno essere gli italiani.

Giacomo Leopardi (1798-1837) vide correttamente il problema della stabilità linguistica, che una lingua non raggiunge la stabilità, sennonché quando, arriva la morte di essa.

L’inglese mi sembra una lingua molto viva negli ultimi decenni.  È onesto da parte mia scrivere che tale fenomeno mi rende alquanto inquieto. D’altronde questa lingua non riesco a concepirla. Purtroppo la lingua italiana non riesce più competere con essa. Come si può dire, l’Inglese, col suo aggressivo prestigio, si sta impadronendo del principale strumento della nostra cultura; e non solo, la sua forza tende a riempire di sé ogni altra lingua nel mondo.

Qual è la miglior lingua dunque?

      Leggo Shakespeare e dico l’inglese

Leggo Virgilio e dico il latino.

Leggo Dante e dico è l’italiano

Leggo Porta e dico è il milanese.3

CONCLUSIONE

Ecco! Questo è quanto sono stato capace di scrivere. A tutte le domande che avevo preparato alla conferenza, molto probabilmente, non sono riuscito a rispondere, specialmente se consideriamo lo spazio che mi hanno offerto. Le mie basi e la mia sensibilità per la lingua italiana, spero però che con questa tesina di essere riuscito ad avvicinarmi a quello che può essere un’idea, o meglio ancora un parere dal punto di vista principiante, che può essere il mio.

Sono dispiaciuto di non avere un dialetto attivo da difendere. Possiedo però oltre alla lingua italiana e svedese cinque passivi dialetti. Mi piacerebbe con le ultime righe poter contribuire, ad un’espressione solidale con tutti quelli che hanno voglia di continuare ad amare la lingua e i dialetti italiani senza fare uso di pregiudizi e ignoranza.

Bibliografia

Melani Silvio. 2000. Le note della storia della lingua italiana( Duplicato del compendio) Stoccolma

Devoto Giacomo. 1974.  Il linguaggio d’Italia. Milano: Rizzoli

Bolelli Tristano. L’Italiano e gli Italiani. Vicenza: Neri Pozzo

Migliorini Bruno. 1964. Breve storia della lingua italiana. Firenze: Sansoni

Sabatini Francesco. 1979 La lingua e il nostro mondo. Torino: Loescher

1 Grazia Isaia ascoli (Gorizia 1829 – Milano 1907) fu linguista e dialettologo.

2 Sabatini Francesco. 1980. La lingua e il nostro mondo. Torino p.125

3 Gianluigi Beccaria. 1675 (c.dossi)  Letteratura e Dialetto

A Cura di Maurizio Ortuso

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...